Testimonianza raccolta in occasione della pubblicazione del libro “Lo sciopero di Giacomo. Un secolo di solidarietà operaia a Lecco e nel suo territorio”, di Costantino Corbari, Periplo Edizioni, Lecco, 1995
Il capolavoro di Pio
Le fabbriche grandi erano una decina, quasi tutte metalmeccaniche. Vi lavoravano più di ottomila persone. Intorno alla città, lungo il lago e nella Brianza si contavano centinaia di piccole e medie aziende e una infinità di botteghe artigiane.
La guerra non aveva causato gravi danni: i bombardamenti avevano colpito soprattutto le vie di comunicazione. Per molte aziende, però, c'era il problema di riconvertire la produzione, da bellica a civile, e di adeguare gli impianti ormai invecchiati. Le macchine ricominciarono a girare subito. Il 2 maggio 1945, il giornale del Comitato di Liberazione di Lecco pubblicò un annuncio in prima pagina: "Ieri mattina, con il primo turno, gli operai hanno ripreso disciplinatamente il loro lavoro quotidiano".
Trovare un posto non era un problema: gli operai che avevano lavorato a costruire materiale militare, gli uomini che erano fuggiti sui monti a combattere la guerra partigiana, i reduci cominciarono ad affollarsi davanti ai cancelli delle fabbriche.
C'era tra questi anche Pio, un giovane di Annone Brianza. A 18 anni, nel 1944, era entrato come partigiano nella 55A Brigata Rosselli. Due volte catturato, era sempre riuscito a fuggire. E ora cercava un lavoro.
C'era tra questi anche Pio, un giovane di Annone Brianza. A 18 anni, nel 1944, era entrato come partigiano nella 55A Brigata Rosselli. Due volte catturato, era sempre riuscito a fuggire. E ora cercava un lavoro.
