“Si viveva sempre sul chi va la. Il sottoscritto aveva sempre pronti vestiti borghesi e documenti per poter espatriare in qualsiasi momento”. “Se non la prigione, ma quasi tutti avremmo qualcosa da narrare per ricordare la sparizione per qualche giorno dalla nostra abituale attività pastorale per rimanere nascosto presso qualche Santuario o qualche Convento finché la tempesta fosse passata”. (testimonianza di don Livio Milani)
Un prete nella Resistenza
Tra la caduta del fascismo, la notte del 25 luglio, e l’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre 1943, in Italia si vive un momento di grande incertezza. Molti si interrogano sul che fare. L’occupazione nel Nord d’Italia da parte delle armate naziste, con l’appoggio della Repubblica sociale di Salò, spinge molti ad agire e ad organizzare le prime forme di resistenza.
L’obiettivo delle forze che guidano la lotta è quello di riaccendere nel popolo italiano lo spirito della propria dignità e della sua indipendenza. Bisogna impedire il trasferimento degli operai in Germania, salvaguardare dallo smantellamento le capacità produttive e industriali, cacciare gli occupanti e allacciare rapporti con le Forze Alleate: costruire una nuova Italia libera e democratica.
Un obiettivo condiviso da molti, che coinvolge anche i sacerdoti della Pieve di Bollate. Un vasto territorio che comprende le parrocchie di Bollate centro e frazioni, di Novate, Arese, Senago, Garbagnate e Cesate. Così, un pomeriggio, il prevosto don Carlo Elli, fa incontrare don Livio con una persona “inviata” da Milano. Costui porta istruzioni segrete con l’invito a riunire e organizzare le forze sociali e politiche di ispirazione cristiana dei paesi della Pieve. Si decide di convocare una Congregazione del Clero per affrontare la questione. Una mattina tutti i sacerdoti si riuniscono in parrocchia a Bollate. All’avvio della riunione il prevosto presenta due laici - di cui non conosciamo il nome - che affermano di parlare a nome dell’Arcivescovo e della Curia di Milano.
In quella occasione subito viene presa la decisione di iniziare ad organizzare dei gruppi clandestini, specialmente giovanili. A don Livio, assistente dell’Azione Cattolica Giovani, viene affidato l’incarico di promuovere e coordinare tutta l’attività.
“L’ora di cominciare era arrivata e bisognava cominciare - afferma don Livio -. Nasceva cosi un primo movimento di idee e di opinioni popolare, capace di dare vita anche a movimenti armati”.
In ogni oratorio della Pieve viene costituito un gruppo armato sotto la responsabilità del coadiutore. Gruppi si organizzano a Novate Milanese, Bollate, Garbagnate Milanese, Senago, Cesate, Arese e Baranzate. Tutti i nuclei parrocchiali fanno capo al Comando territoriale, alla cui testa viene scelto un ex ufficiale dell’aviazione, Arturo Allievi, di Garbagnate. Commissario è un giovane di Baranzate: Luigi Tapparelli. Inizialmente responsabile del gruppo della frazione, con il compito di coordinamento del territorio.
Tutti, a cominciare dai sacerdoti e dai partecipanti ai gruppi armati, sono consapevoli a quali rischi vanno incontro. Sanno che coloro che vengono trovati con le armi rischiano la fucilazione. “Ora di armi ce n’erano un po’ dappertutto – scrive ancora don Livio -: negli oratori, negli scantinati, nelle canoniche, sui campanili”.
Il centro operativo è a Baranzate, sia per la presenza di un dinamico gruppo di giovani, sia per la presenza della Leon Beaux. Una delle prime azioni punta infatti a stringere rapporti con la fabbrica, la più grande del territorio, che bisogna controllare, perché qui si fabbricano munizioni.
Oltre a dar vita ai gruppi pronti all’insurrezione, si organizza la diffusione della stampa clandestina. Dall’abitazione di don Livio, che presto diventa un cruciale centro di smistamento, partono e arrivano le informazioni di carattere politico e militare per i diversi paesi, e per il comando della resistenza milanese.
Nel medesimo tempo si allacciano rapporti con le forze politiche e paramilitari del territorio. I primi approcci sono con gli uomini del vecchio Partito popolare cattolico, che nella zona iniziano ad organizzarsi nelle Brigate del Popolo. Si cerca un collegamento anche con le altre forze clandestine come le Brigate Garibaldi. Allo stesso tempo si stabilisce un rapporto con le Forze Alleate, per salvaguardare dai bombardamenti gli impianti industriali e ottenere delle armi.
“Si viveva sempre sul chi va la. Il sottoscritto – ricorda don Livio - aveva sempre pronti vestiti borghesi e documenti per poter espatriare in qualsiasi momento”. “Se non la prigione, ma quasi tutti avremmo qualcosa da narrare per ricordare la sparizione per qualche giorno dalla nostra abituale attività pastorale per rimanere nascosto presso qualche Santuario o qualche Convento finché la tempesta fosse passata”.
A casa del sacerdote viene costituito il Comitato di liberazione di Bollate (C.L.N.) con Giovanni Merler per la Democrazia Cristiana, Loris Bellini per il Partito Comunista, Ermanno Volpi per il Partito Socialista, che il giorno dell’insurrezione prenderanno il controllo dell’amministrazione comunale nell’attesa di poter indire libere elezioni.
In una zona adiacente alla grande Milano, attraversata da importanti vie di comunicazioni, il controllo di strade e ferrovie è parte centrale dell’attività dei gruppi armati. Si organizza una resistenza di carattere urbano. Si progettano azioni di disturbo contro tedeschi e fascisti. Sono azioni di guerriglia, rapide, di sorpresa, come disarmare gruppetti di militari isolati per sottrarre loro le armi. Si vigila e si lavora nella clandestinità per organizzare incontri e uscite di ispezione. I giovani partigiani cattolici si muovono armati, nell’ombra, operano facendo la spola lungo le strade di campagna e nascondendosi tra le siepi. Più d’una volta Luigi Tapparelli e Virginio Donzelli (corresponsabile del gruppo armato di Baranzate) disarmano dei soldati tedeschi in libera uscita a Valera, dove c’è una grossa presenza tedesca.
Don Livio mantiene i rapporti con i membri del C.L.N.A.I. (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), suo referente a Milano è l’avvocato Achille Marazza*, che egli incontra più volte. Altro punto di riferimento è lo studio dell’avvocato Achille Marotta, in via Torino. Attraverso il Tapparelli, Commissario del Corpo dei Volontari della Libertà, don Livio arriva fino al Comando Alleato per cercare di evitare i bombardamenti sulla Leon Beaux.
Una puntuale conferma del ruolo di don Livio arriva anche dalla testimonianza di Aldo Deponti, giovane partigiano di Senago: “Fui incaricato di portare il documento ufficiale dell’avvenuta costituzione del C.L.N. di Senago a don Livio Milani di Baranzate. Questi era la persona che teneva il collegamento con il C.L.N. Alta Italia”.
Non sono pochi gli eventi che vedono coinvolto don Livio durante gli anni bui dell’occupazione nazifascista. Insieme ad altri preti e suore è tra i soccorritori delle vittime del tragico bombardamento del treno delle Nord a Bollate, colpito per errore dagli aerei alleati il 30 gennaio 1945. Quasi cento i morti e centinaia i feriti, raccolti tra la neve e disposti nella vicina chiesa della Madonna in Campagna.
Il 14 aprile dello steso anno, gli alleati sganciano una bomba sulla Leon Beaux che squarcia le mura della fabbrica. A tenere lontano i curiosi accorsi per vedere l’accaduto giunge da Bollate un gruppo delle Guardie nere repubblichine che sparano alcuni colpi intimidatori. Cade a terra Alfredo Meani, che forse si era avvicinato troppo. Viene chiamato don Livio, che arriva con la bicicletta, ma il graduato che comanda il gruppo non vuole farlo passare. Don Livio reagisce così: “Tenente là per terra c’è un uomo che sta dissanguandosi, e forse può anche morire, e ha bisogno del prete”. La discussione si fa violenta, ma nonostante la minaccia delle armi, lui va avanti e fortunatamente nessuno apre il fuoco.
Un episodio drammatico avviene il giorno della liberazione sulla piazzetta del paese. I partigiani di Baranzate trovano nella zona dell’ospedale Sacco un tedesco che non vuole arrendersi e si mette a sparare. Viene disarmato e condannato alla fucilazione. Prima, però, don Livio chiede di confessarlo, questi per tutta risposta lo aggredisce mentre gli si avvicina. Per il tedesco non c’è più pietà.
Altro fatto pericoloso e amaro don Livio la vive qualche giorno dopo, quando nella zona della Fornace, oltre la Varesina, un commando delle Brigate Garibaldi arriva da Milano su un camion per fucilare alcuni operai dell’Alfa Romeo. Di quale colpa fossero accusati non sappiamo. Avvisato, don Livio si reca sul posto sempre in bicicletta e, non riuscendo a fermare la fucilazione, chiede di poterli confessare, senza ottenere risposta.
Disposti in fila, i poveretti cadono sotto il colpi dei mitra. Avvicinatosi per dare loro la benedizione vede che in una roggia è scivolato un uomo ferito ma ancora in vita. Piano, piano riesce a trascinarlo lontano dalla vista del commando e a portarlo all’Ospedale Sacco dove viene medicato e riuscirà a salvarsi. “Erano esecuzioni sommarie – testimonia don Livio -, senza processo, dove talvolta la vendetta e il personalismo prendevano il posto alla giustizia e al diritto”. “Al buon senso, al vero patriottismo e al senso di giustizia delle nostre formazioni si deve attribuire se qui da noi non si verificarono atrocità, vendette personali e violenze inaudite – prosegue -. Certo che la confusione nei giorni che seguirono la Liberazione è stata grandissima. Purtroppo ci furono degli abusi”.
Si muore anche dopo la conclusione del conflitto. La sera del 27 aprile viene ucciso Angelo Filipazzi, uno dei ragazzi dell’oratorio di Baranzate, colpito al cuore nei pressi di Roserio.
Ma il 25 aprile è un grande momento di gioia. Per tutti, ma in particolare per coloro che hanno dedicato se stessi per la riconquista della libertà, mettendo a repentaglio la propria vita. Alcuni dei giovani cattolici del paese partecipano all’ingresso trionfale dei partigiani in Milano tra ali di popolo in festa.
E quando dalla Germania giungono sul confine i primi italiani reduci dai campi di prigionia, diversi camion della Brigata del popolo vanno a Bolzano e a Trento per dar loro il primo saluto, ma soprattutto i primi rifornimenti di vestiti e alimenti. “Anch’io partecipai – ricorda don Livio - e le scene di gioia rimarranno incancellabili”.
