venerdì 31 luglio 2020

MELINO PILLITTERI - Cisl – Pavia, Rovigo, Brescia, Lombardia

Testimonianza raccolta in occasione della pubblicazione del libro “Impegno e passione. Gli anni caldi della Cisl in Lombardia”, di Costantino Corbari, BiblioLavoro, Sesto San Giovanni (Mi), 2016

 

Sono nato il 12.10.1929 a Vercelli dove ho fatto dalle elementari al liceo classico poi mi sono iscritto a Torino in università a Chimica industriale. Dopo tre anni, avevo vent'anni, ho lasciato chimica e mi sono iscritto a legge, ma mi sono laureato quando avevo quarant'anni ed ero già segretario generale della Cisl di Brescia. Durante le vacanze estive del 1950 a Vercelli, in occasione della festa di Sant'Eusebio, il patrono della città, il 1° agosto, in piazza ho incontrato Idolo Marcone con cui avevo fatto la campagna elettorale del 1948 per Giulio Pastore. Pastore allora era il segretario organizzativo della Dc ed era responsabile della campagna elettorale del collegio Torino Vercelli Novara. In quell'occasione Marcone mi ha proposto di andare a fare il sindacalista. Io vengo da una famiglia cattolica, frequentavo l'Azione cattolica, quand'eravamo ragazzi papà e mamma prima di prepararci la colazione andavano a messa.
Abitavamo proprio di fronte alla parrocchia di San Cristoforo e quindi si può dire che io abbia vissuto in parrocchia. Ero presidente del circolo giovanile. Avevo fatto parecchia politica, ma non sapevo nemmeno cosa volesse dire fare il sindacalista. Mio papà era un uomo della resistenza, teneva i collegamenti tra Vercelli e Milano, e andava alle riunioni con il Comitato di liberazione nazionale alta Italia. In casa mia non abbiamo mai avuto armi, ma avevamo molti maglioni e coperte nascoste dietro un armadio, perché avevamo sempre paura che qualcuno venisse a prendere papà ed eravamo pronti a scappare. Mi ricordo che mio papà per andare a Milano negli ultimi mesi del ’44 e i primi del ‘45 andava a piedi fino a Borgo Vercelli e prendeva il treno lì, perché voleva evitare di andare in stazione centrale a Vercelli dove avrebbero potuto riconoscerlo e seguirlo e lui voleva evitarlo.

Se si sentiva bussare al portone di casa, mio papà usciva su un terrazzino che confinava con un'altra famiglia, lo scavalcava e andava nell'altra casa per paura che lo venissero a prendere. Sono fatti che vivevo con grande tensione.

Papà era un funzionario statale e durante l'occupazione non aderì alla Repubblica di Salò e quindi non aveva uno stipendio. In quel periodo ci aiutò molto il parroco e grazie a lui mia sorella, che si era già diplomata ed era iscritta all'università, venne assunta come segretaria al liceo scientifico di Vercelli che si stava costruendo proprio in quegli anni e con il suo stipendio abbiamo vissuto. Papà era siciliano, la mamma napoletana. La mamma non ha mai lavorato.

La sera della proposta di Marcone, quando ne ho parlato a casa, la mamma si è subito preoccupata, mio papà invece, come sempre, mi ha detto: “Melino, se ti senti di farlo, vai”.

 

L'8 agosto, con la mia valigetta, sono andato a Rovigo dove c'era Marcone. A Rovigo c'era un ufficetto che era una topaia, una sede della Cisl verticale di tre piani con due piccoli uffici per piano, con i pavimenti di legno, senza niente, senza una lira. Io andavo la mattina presto a pulire l'ufficio, ho iniziato facendo il fattorino e la sera scrivevamo le tessere. Mi venivano i crampi alla mano perché bisognava scrivere ben tre coppie e gli iscritti erano circa diecimila. Non avevo nessun incarico formale, ero il ragazzo di Marcone.

Da fattorino, Marcone mi ha mandato a fare il capo lega in una struttura commissariata. In quel periodo nella Cisl c'è stata la scissione della Uil, che creava le proprie sedi. Dove c'erano dei socialdemocratici, in provincia e anche in città, aprivano l'ufficio e noi dovevamo difendere le nostre sedi e organizzare la presenza della Cisl. Era una lega tra Porto Tolle e Contarina. Poi da capo lega sono diventato capo zona, infine Marcone mi ha voluto con lui a Rovigo. Marcone, ottimo sindacalista, maestro, suonatore di violino, poeta, non sapeva amministrare, lo imbrogliavano sempre, si fidava di me e mi ha detto di tenere i conti. Allora sono andato in ufficio a Rovigo e lì ho iniziato a fare di tutto. In quel periodo ho cominciato a toccare con mano la povertà. Venivo da una provincia sì contadina, ma di un'agricoltura non ricca ma comunque che assicurava una vita dignitosa, in particolare per coloro che lavoravano nel riso. Lì invece era una povertà assoluta. In provincia di Rovigo c'era l'imponibile di manodopera che assicurava che per ogni ettaro di terra dovessero esserci tre lavoratori. Chi aveva 101 giornate di lavoro all'anno era ricco, la stragrande maggioranza era "eccezionale", così si chiamavano coloro che avevano 51 giornate che assicuravano l'assistenza malattia e i contributi per la pensione, se avevano meno di 50 giornate non avevano niente. I lavoratori agricoli della provincia di Rovigo avevano una parte di reddito che derivava dalla meanda. La meanda era una percentuale sulla raccolta del grano destinata a chi lo falciava e lo trebbiava. Con l'introduzione delle macchine i proprietari non volevano più pagare questa quota, inoltre questa quota veniva distribuita non solo tra i lavoratori agricoli ma tra tutti. Così, ad esempio, il fattorino dell'Inam aveva una quota di meanda che non aveva senso. Si trattava di un costume che arrivava da tempi lontanissimi e noi andavamo negli uffici di collocamento a controllare la divisione. Un beneficio importante per i lavoratori in provincia di Rovigo era dato dalla campagna saccarifera, questa si divideva in due parti: una, la raccolta delle bietole, la seconda, il lavoro di quaranta giorni in fabbrica per trasformarle in zucchero. In provincia di Rovigo c'erano sette o otto zuccherifici. Per avere questi posti la povertà si scatenava, erano lotte incredibili. C’era una commissione istituita presso l'ufficio del collocatore alla quale partecipavano anche i rappresentanti di Cgil e Cisl. Durante le riunioni più volte si urlava perché quello che ottenevo io lo toglievo al rappresentante della Cgil. Io avevo l'elenco dei nostri e li dovevo difendere. Una volta il capo lega della Cgil della città di Rovigo - segretario della Camera del lavoro della provincia di Rovigo era il senatore Bolognesi - tirò fuori la pistola e la mise sul tavolo. Io che non avevo mai visto una pistola ho avuto una paura da morire.

Quelli che riuscivano a ottenere il posto venivano piangendo a ringraziare. Chi non riusciva ad ottenerlo, ed erano tanti, erano lacrime e pianti. A Rovigo c'erano diverse donne con più figli e non sposate, queste ci portavano i figli sulle scrivanie e se ne andavano lasciandoli lì e allora dovevo chiamare i carabinieri perché venissero a prendere quei bambini. Ho conosciuto in quel periodo una realtà di povertà infinita.

A Rovigo ho vissuto esperienze incredibili. Ho fatto comizi circondato dai carabinieri. Ho fatto accordi separati senza la firma della Cgil. La Cgil faceva sciopero e noi no. Erano battaglie dure, con urla in piazza. Lì ho imparato innanzitutto cosa vuol dire tutelare i poveri, ho imparato le difficoltà della vita dei poveri e ho imparato anche la grandezza del lavoratore dell'agricoltura, una grandezza che era imperniata sulla famiglia, perché era la famiglia che reggeva. Ho portato Benigno Zaccagnini, che era ministro del Lavoro e poi siamo diventati molto amici, a vedere le case dei contadini. Lui non si rendeva conto, non ci credeva, avevano il pavimento in terra battuta, quando pioveva era un dramma, c'era un'umidità incredibile. Ricordiamoci che il Polesine è sotto il livello del mare. Entrando in casa in queste famiglie contadine la sera c'era sempre in tavola un po' di polenta con qualche pomodoro e un salamino in mezzo al piatto. È stata un'esperienza che mi ha formato, è lì che ho detto che avrei fatto il sindacalista per tutta la vita.

In quel periodo c'è stata la famosa alluvione del Polesine e io ero lì. Abbiamo fatto un presidio in piazza a Rovigo per accogliere le persone che arrivavano dalle zone alluvionate portate dai pompieri, dai soldati e distribuivamo delle coperte e altri beni di prima necessità. La nostra era una presenza come Cisl, anche se non eravamo in piazza con i nostri simboli. Avevamo di tutto e una volta è arrivato anche un camion di cioccolato che abbiamo mandato indietro. Serviva il pane non il cioccolato. Venne Alcide De Gasperi a incontrare il prefetto e quando dissero che l'acqua stava andando verso l'alto Polesine questi disse che se erano in montagna non potevano essere alluvionati, non sapeva neppure che di montagne non ce n'era neppure l'ombra.

Ad certo punto hanno proposto a Marcone di andare a Pavia e lui ha detto che avrebbe accettato il nuovo incarico se io fossi andato con lui. Pastore ha accettato e io nel ‘53 sono andato a Pavia. Sono passato da una situazione di grande passione a una realtà fredda, incapace di socialità, che vive del riflesso dell'Università. C'erano alcune grosse fabbriche come la Necchi e la Necchi Campiglio, una fabbrica siderurgica, e alcune grandi aziende chimiche. Avevamo un rapporto con le fabbriche molto difficile, mediamente buono con il pubblico impiego e una assenza notevole nell'agricoltura. Andavo con il motorino a casa del parroco a dirgli di darmi il nome di qualche cattolico, se non democristiano, che sarei andato a parlargli per cominciare a costruire una lega della Cisl, ma lui non ne conosceva uno. Questo perché lo stesso parroco era proprietario per lasciti di diversi terreni e di una cascina e veniva vissuto come un padrone non come sacerdote. A Pavia ho fatto un'esperienza totalmente diversa rispetto a Rovigo, ho fatto il sindacalista in termini tecnici e contrattuali in associazione industriali. In quel periodo, era il 1954, c'è stato il conglobamento delle diverse voci della retribuzione e questo comportava che tutti i contratti provinciali dovevano essere adeguati e allora andavo a discutere in associazione industriali, senza la Cgil perché non aveva firmato l'accordo. Ho fatto molta contrattazione. Mi ricordo il contratto dei fornaciai, i lavoratori delle aziende che facevano i mattoni, per fare il quale abbiamo scioperato, urlato. Mentre a Rovigo facevo l'assistenza lì ho fatto il sindacalista, ho iniziato a capire quanto è importante contrattare.

Lì ho conosciuto mia moglie, che era impiegata presso l'associazione industriali, e mi sono sposato.

Marcone si è sposato con Luigina e ha avuto una bambina, Anna, che divenne medico e morì in un incidente aereo con il marito andando a fare un viaggio in India. Da segretario generale della Cisl di Pavia, viveva con moglie e figlia in una sola stanza in un cortile di acciottolato, grandissimo, al termine di questo cortile c'era una porta e lì c'era quella stanza. La stanza fungeva da cucina, camera da letto, tutto. Per il riscaldamento aveva una stufa con il tubo che usciva da un buco della finestra. Il gabinetto era dall'altra parte del cortile. Marcone veniva a Vercelli con me tutti i sabati sera. Io andavo a casa da mia mamma e lui andava a casa della famiglia della moglie, se non che anche questa era una famiglia poverissima che aveva una stanza sola e Marcone dormiva con mio papà. Non avevamo una casa abbastanza grande, così mia mamma dormiva da sola e mio papà in una stanza dove c'erano due letti e con lui il sabato sera dormiva Idolo Marcone. Marcone aveva le chiavi di casa mia e io per entrare aspettavo lui. Aveva dieci anni più di me, era del ‘19.

Marcone aveva un complesso e non faceva comizi all'aperto, così quando c'erano da fare comizi lui stava accanto a me e li facevo io. Anche in un cortile non parlava, al chiuso era bravissimo, ma all'aperto non riusciva a parlare. Marcone non faceva niente se non c'ero io.

Ad un certo momento al congresso sono stato eletto vice segretario della Cisl di Pavia, con lo stipendio ma senza assicurazioni né assistenza malattia, non avevamo niente. Mi occupavo del pubblico impiego e andavo in Provincia a trattare con il presidente, una persona squisita che mi prese a benvolere e mi ha proposto di andare a fare il capo del personale dell'amministrazione provinciale con uno stipendio regolare e il doppio di quello che prendevo in Cisl. Ne ho parlato con mio papà e lui mi ha detto: “Melino, fai quello che ti senti nel cuore, i soldi contano poco”. E ho continuato a fare il sindacalista. Questa è la risposta che ho dato più volte negli anni successivi a Brescia quando mi hanno ripetutamente proposto di fare il senatore, il deputato, bastava che dicessi sì. Ho lettere di Bruno Boni, di Pastore, telefonate di Bruno Storti che mi sollecitavano ad accettare, ma io non ho mai accettato. Volevo fare il sindacalista e ho fatto il sindacalista.

A Pavia eravamo in due vicesegretari, l'altro era Franco Chiappella, che sperava di diventare segretario generale, ma Pastore e Luigi Macario non erano d'accordo.

Nel 1955 mi ha chiamato Pastore dicendomi che dovevo andare a fare il segretario generale della Cisl di Rovigo. Con Pastore ho avuto molta confidenza, mi chiamava e mi diceva: “Melino vai tu a ballare alle feste delle mondine perché io ho vergogna, poi arrivo”. Sono stato a casa sua, alle feste di matrimonio della figlia. Tutto questo attraverso Marcone che era un suo uomo.

A metà luglio ero di nuovo a Rovigo, faceva molto caldo. In una sala che secondo me era una stalla abbiamo fatto il consiglio generale con Macario e Marcone. Sono stato mandato a Rovigo perché in quel momento segretario generale era Carlo Cibotto che contemporaneamente era presidente dell'Azione cattolica, presidente delle Acli, presidente delle cooperative cattoliche, direttore della Banca cattolica del Veneto. Successivamente diventerà onorevole e io sono andato a fargli la campagna elettorale. Pastore in quel momento non voleva più che il segretario della Cisl fosse anche il presidente delle Acli e siccome Cibotto non voleva lasciare quel mondo, aveva deciso che lo sostituissi io. Venticinque persone che hanno alzato la mano, sono stato prima cooptato e poi eletto segretario generale della Cisl di Rovigo. Questo capitava la domenica mattina. Il lunedì mattina ho accompagnato alla stazione Macario e Marcone che partivano per Roma e sono andato in ufficio dove ho chiamato il capitano Castellani. Era un capitano di marina di lungo corso, amministratore della Cisl e gli ho chiesto lo stato delle nostre finanze. E lui mi ha risposto che ero arrivato in un disastro, che non avevamo una lira: “Dobbiamo pagare 400mila lire di stipendi a fine mese e abbiamo i fornitori che ci corrono dietro perché non li paghiamo”. Era il 20 luglio, le nostre finanze ammontavano a 14mila lire. Nessuno mi aveva spiegato questa situazione, allora ho chiamato Marcone e lui mi ha detto di andare da Cibotto. Io ci sono andato e lui mi ha detto: “Pillitteri non si preoccupi, quanto ha bisogno?”. Spiegata la situazione mi ha fatto un assegno di 500mila lire. Portato l'assegno all'amministratore, questo era molto contento, abbiamo pagato gli stipendi e qualche debito e cominciato a vivere. Però mi chiedevo da dove arrivavano quei soldi e Cibotto mi diceva di non preoccuparmi. Capita che si apre una vertenza con gli zuccherifici e con gli agricoltori, io faccio un manifesto di fuoco contro questi che chiamavo sfruttatori della povera gente. Il manifesto va in tipografia, ma la tipografia era del presidente degli industriali. Mi chiama Cibotto e mi dice: “Melino, che cosa hai fatto? Hai fatto un manifesto?”. “Certo onorevole, io faccio il sindacalista”. “Ma da dove pensi che arrivino i soldi?”.  Io credevo che arrivassero dagli americani che sapevo ci stavano aiutando. “Si, arrivano i soldi da Roma una volta al mese, ma non sono sufficienti”. “Onorevole mi dispiace, ma io il manifesto non lo fermo, quello è e quello resta”. Al che lui: “Va bene, ma fallo gestire da me”. Lui si giustificò con i suoi interlocutori dicendo che ero giovane. Il manifesto fu un successone perché i comunisti non facevano manifesti e io l'ho fatto per la prima volta. A Rovigo c'erano solo due fabbriche, lo Iutificio di Lendinara e la Frag, che lavorava la canna da zucchero per produrre delle melasse, una fabbrica grossa di quasi seicento operai.

A Rovigo ho conosciuto il prefetto e sono entrato in confidenza, andavo a cena da lui insieme ad Antonio Bisaglia, Avezzù, l'onorevole Giuseppe Romanato e l'onorevole Cibotto. Il segretario della Cisl a Rovigo era un'autorità, io avevo 25 anni. La prima volta che sono andato dal prefetto mi ha detto: “Mi scusi, ma lei è il figlio del segretario della Cisl?”. “No, sono io”.

Abbiamo fatto una grande battaglia per smontare la meanda. Se quell’agricoltura fosse rimasta ancora vincolata a quelle tradizioni contrattuali sarebbe restata sempre un’agricoltura povera. Noi, d'intesa con la confederazione, volevamo rompere quella tradizione. Segretario confederale era l'onorevole Enrico Parri, un repubblicano che non era andato nella Uil ma era rimasto in Cisl. Aveva sposato in pieno questa tesi ed è venuto a fare un comizio. Il primo passo è stato quello di dare la meanda solo ai lavoratori agricoli eliminando tutti coloro che non c'entravano niente, il secondo, dare la compartecipazione in una percentuale adeguata. Grazie alla nostra azione è partita la ripresa dell'agricoltura del Polesine che oggi è uno degli orti d'Italia.

La Cgil ha organizzato uno sciopero contro l'accordo che è durato 57 giorni. Bisogna ricordare che su 52 comuni della provincia 51 erano governati dal Partito comunista. Lo sciopero ha bloccato in particolare le stalle creando delle situazioni drammatiche. Il prefetto non sapeva più cosa fare. Organizzava i crumiri che arrivavano da Ferrara per mungere le mucche. Li portavano con i camion pagati dal ministero. Ad un certo punto è intervenuto Bisaglia, il quale, essendo vicine le elezioni per il consiglio comunale di Rovigo, puntava ad un accordo con i socialisti per conquistare l’amministrazione. In contropartita i socialisti volevano che si modificasse anche in modo simbolico l'accordo fatto dalla Cisl. Io mi sono opposto. Siamo andati dal prefetto io e il presidente degli agricoltori. Ho ribadito la mia contrarietà a modificare l'accordo e il presidente degli agricoltori ha addirittura detto che si sarebbe fatto tagliare la mano piuttosto che firmare un accordo diverso. Ero convinto ormai di aver chiuso la partita, ma la Democrazia cristiana ha convocato una riunione per decidere come comportarsi e mi hanno invitato. Ero iscritto alla Democrazia cristiana. Nell'esecutivo Bisaglia ha esposto la sua tesi e io la mia, ribadendo che saremmo sempre andati indietro e il mondo del lavoro non sarebbe mai stato nostro se non fossimo stati coerenti. Si arrivò alla votazione e tranne Bisaglia e Zanforlini, tutti gli altri votarono a favore della mia tesi. Alle elezioni sono stato eletto sia consigliere comunale che provinciale, subito dietro gli onorevoli, e ho scelto il Comune, dove abbiamo fatto l'accordo con una parte dei socialisti che avevano spaccato il partito e abbiamo eletto sindaco un mio amico democristiano, Agostino Zorzato.

Andavo a fare i comizi dove c'era lo sciopero. Uno di questi dovevo farlo a Stienta e mi sono arrivate delle minacce con scritte per terra che dicevano che se fossi andato lì a fare il comizio mi avrebbero ucciso. Sono andato lo stesso e mi hanno fatto parlare dietro una finestra con il capitano dei carabinieri vicino. Dalla piazza completamente vuota si vedeva il carabiniere e non me, c'erano solo una o due persone, ma io ho fatto lo stesso il mio comizio, è stato un intervento breve e avevo paura. Una sera, nella grande tensione delle sciopero, mi ha chiamato il prefetto e mi ha detto: “Pillitteri, ce l'abbiamo fatta. Abbiamo intercettato una telefonata tra il segretario provinciale del Pci e il segretario della sezione di Stienta in cui il segretario provinciale dice che bisogna smettere lo sciopero perché ha ragione la Cisl e bisogna firmare l'accordo”. Pochi giorni dopo la Cgil ha firmato l'accordo e il segretario della Federbraccianti fece un comizio in cui pubblicamente dichiarò che la Cisl aveva ragione.

A Rovigo ho fatto delle grandi esperienze, sono rimasto lì fino al 1960, fino a quando mi hanno telefonato Macario e Marcone chiedendomi di andare a Roma che dovevano parlarmi. Intanto ero diventato grande, avevo trent'anni. Volevano che facessi il segretario generale nazionale della Federmezzadri, allora i mezzadri avevano un sindacato separato da quello dei braccianti, ma io ho detto che a Roma non avevo nessuna intenzione d'andare e che sarei rimasto a Rovigo. Passati pochi mesi mi hanno detto che dovevo andare a fare il segretario generale aggiunto della Cisl di Brescia perché la segreteria era in crisi. Ho risposto che avrei accettato se fossi rimasto segretario generale della Cisl di Rovigo perché lì avevo tutta la mia vita, gli amici. A Rovigo mi fermavano per strada, tenevo l'ufficio aperto fino a mezzogiorno della domenica sempre pieno di gente. Avevamo creato iniziative, eravamo vivaci e a quel punto i soldi arrivavano. La proposta è stata accettata e così ho iniziato la mia attività anche a Brescia dove c'era una battaglia in corso con i metalmeccanici, i tessili e i chimici per l'incompatibilità. Qui c'era segretario generale un deputato Angelo Gitti, segretario generale aggiunto l'assessore alle finanze del Comune di Brescia Carlo Albini, il segretario della Fisba Piero Apostoli era vice presidente dell'amministrazione provinciale con macchina e autista. Allora era uno dei sindacati più grossi, con diecimila braccianti agricoli su trentaduemila iscritti alla Cisl.

Quando sono arrivato mi hanno portato a conoscere il vescovo ausiliario il quale, in un salotto bellissimo, damascato, con un enorme vassoio di cioccolatini, mi ha subito detto: “Sa Pillitteri, gli accordi sindacali si fanno in questo ufficio” Al che ho risposto: “Eccellenza, io spero di fare gli accordi sindacali nella sede dell'associazione degli industriali”. Non ho ceduto niente, mai, con le Acli che credevano di essere padrone della Cisl. Mi ricordo che il segretario dei tessili Dino Maceri in occasione del congresso venne da me e mi disse che aveva saputo che le Acli stavano organizzando una fronda per farlo fuori. Io ero da poco arrivato e gli ho risposto: “Dino, dei tuoi delegati sei sicuro?”. “Si, sono sicuro”. “Allora non preoccuparti, vengo io a presiedere il congresso”. Ho fatto un comizio dei miei, ha preso tutti i voti.

Ho mantenuto il doppio incarico per un breve periodo, nel frattempo ho calmato la situazione bresciana. A quel punto mi ha chiamato Gitti dicendomi che siccome le cose stavano andando bene al prossimo congresso lui avrebbe fatto il segretario generale e io l'aggiunto. Al che ho risposto che piuttosto che fare l’aggiunto a Brescia sarei tornato a Rovigo a fare il segretario generale. Questa mia dichiarazione ha creato una grande agitazione e i segretari generali provinciali delle diverse categorie hanno scritto una lettera a Bruno Storti dicendo che se fossi andato via si sarebbero dimessi tutti. Allora Storti ha incaricato Dionigi Coppo di verificare la situazione. Lui è venuto su a Brescia, Gitti ha lasciato la segreteria e l'hanno fatto presidente dello Ial nazionale. Io ho fatto il congresso, l’ho vinto e sono stato regolarmente eletto segretario generale. Era il 1961.

Ho iniziato così pienamente la mia attività sindacale bresciana. In quel periodo era in pieno sviluppo la battaglia per la politica salariale integrativa a livello aziendale e la provincia di Brescia è una di quelle che ha fatto più accordi per raggiungere i quali sono state fatte battaglie incredibili. Nottate in prefettura, perché alla fine con il prefetto si affrontavano le situazioni più complicate.

Noi eravamo effettivamente forti, forse l'organizzazione che aveva più potere a Brescia. Il sindaco Boni, che era anche il segretario della Dc, io e il direttore dell'associazione industriali: questi erano i tre che comandavano a Brescia. Durante una vertenza all'Olcese, azienda tessile di Cogno, eravamo in trattativa presso il prefetto, avevamo fatto lunghi scioperi per rivendicare il premio di produzione e chiedevamo oltre al premio anche una certa cifra per coprire la parte di salario persa con gli scioperi. Ad un certo punto l'amministratore delegato si è inginocchiato di fronte al prefetto che sosteneva la nostra tesi implorandolo perché diceva di non avere più soldi da dare agli operai. Allora io ho detto: “Eccellenza, mi chiami Franco Salvi”. Su due piedi, col telefono di Stato, ha chiamato Salvi, deputato e segretario di Aldo Moro, me l'ha passato e io gli ho detto: “Franco qui c'è bisogno di un intervento del ministero che mandi dieci milioni al prefetto, il prefetto dopo li dà all'Eca della Val Camonica e così noi abbiamo i soldi da distribuire ai lavoratori”. L'importante era far avere i soldi lavoratori, non contava da che parte arrivassero. Salvi mi disse: “Dammi qualche minuto”. Passati dieci minuti è suonato il telefono, era il ministro dell'interno Emilio Taviani che chiamava il prefetto annunciando che sarebbero immediatamente arrivati i dieci milioni necessari. Risolta la vertenza, a Cogno è stata una grande festa.

A Brescia abbiamo contrattato molto, avevamo i metalmeccanici molto forti, Franco Castrezzati era il segretario della Fim e andavamo molto d'accordo. In quel periodo abbiamo fatto gli scioperi contro il premio antisciopero all'Om, abbiamo fatto battaglie incredibili alla Beretta. Quando facevamo i contratti, con i siderurgici era facile perché l'incidenza del costo della manodopera era basso, circa il 20%, i costi erano l'energia elettrica e la materia prima. Alla Beretta il 90% del costo è dovuto alla manodopera e fare il contratto era un problema, ma noi l’abbiamo fatto anche lì. La cosa bella di Brescia era che la contrattazione non la facevano solo i metalmeccanici, ugualmente si contrattava nelle aziende tessili, dell'abbigliamento, chimiche. Qui si faceva il vero sindacato perché c'erano tutti i settori, dall'industria all'agricoltura. Ogni due anni si faceva il contratto integrativo provinciale dell'agricoltura, c’era tutta l'azione integrativa aziendale dell'industria, c’erano le battaglie per i rinnovi dei contratti nazionali. In quel periodo eravamo sempre in movimento tra scioperi, trattative, incontri.

Intanto sono diventato membro della Camera di commercio, presidente dell'Inam. In quel periodo abbiamo chiuso tutte le mutue aziendali che c'erano nelle grandi aziende, perché fino a quando offrivano poco potevano funzionare, ma quando le prestazioni sono cresciute non reggevano più e così le abbiamo assorbite nell'Inam attraverso la contrattazione.

La finanza cattolica a Brescia era importante, ci rispettava, ma non ho mai avuto relazioni particolari. Ero amico di Giuseppe Camadini. Abbiamo gestito vertenze delicate, come ad esempio all'Editrice La Scuola, che è di proprietà di istituti religiosi, ma anche in quel caso non abbiamo mollato niente. È stata una battaglia durissima per difendere i lavoratori, ma ce l'abbiamo fatta. Nonostante questo mi chiamavano spesso in Curia, mi invitavano a parlare agli incontri, facevo le relazioni alla settimana sul lavoro promossa dalla diocesi. Andavo dappertutto, convegni, congressi, alle riunioni della Democrazia cristiana e intervenivo sempre.

A Brescia sono rimasto quindici anni e nell'ultima fase ero anche segretario regionale della Cisl. Nel 1976 sono stato eletto segretario generale della Cisl lombarda. Quando sono arrivato a Brescia avevo 32mila iscritti, quando sono andata via ne avevo 80mila. Eravamo il primo sindacato, senza pensionati. Avevamo ventimila iscritti tra i metalmeccanici, adesso sono diecimila anche perché è diminuito il numero degli addetti.

Ho allentato i rapporti con Carlo Borgomeo perché pretendeva o sperava che dopo di me indicassi lui come mio successore. La storia di Brescia è la storia di Brescia, dopo di me venne Castrezzati perché è sempre stato l'esponente di punta, aveva anticipato il cambiamento.

Nell'ultimo periodo bresciano ho avuto un ruolo importante a livello nazionale. Inizialmente tramite Marcone. Storti, quando doveva mediare con lui, chiamava me perché intervenissi per facilitare un accordo. Il periodo del regionale è stato un momento di grandi riforme organizzative, abbiamo fatto il decentramento con la nascita dei comprensori, le Unioni sindacali territoriali al posto di quelle provinciali. Abbiamo avviato un rapporto molto forte con la Regione attraverso due canali: con Giuseppe Guzzetti, col quale avevo un ottimo rapporto, e con Filippo Hazon, e prima con Piero Bassetti e Cesare Golfari. In Lombardia sono stato molto impegnato sul versante organizzativo, poco su quello sindacale. Non avevamo una controparte imprenditoriale e tutto si giocava sui servizi, sulla formazione professionale. Si gestiva, non si faceva sindacato.

Nel 1983 sono diventato presidente dell'Inas nazionale. Un giorno è venuto Franco Marini a casa mia dicendomi che la segreteria nazionale aveva preso questa decisione annunciandomi che me l'avrebbe detto Pierre Carniti, che allora era il segretario generale della Cisl. In quei giorni Carniti aveva mandato una lettera in cui diceva che si doveva ridurre di 120 unità il personale perché l'Inas era in difficoltà e c'era un disastro finanziario, presidente era Alberto Gavioli. Una settimana dopo l'incontro con Marini mi ha chiamato Carniti chiedendomi di andare a Roma che aveva bisogno di parlarmi. Ho subito pensato “ci siamo”. All'incontro con Carniti questi mi ha spiegato che avevano deciso il mio nuovo incarico, ma subito si è reso conto che lo sapevo già: “Te l’ha detto quel pettegolo di Marini”. Non ho mai avuto grandi simpatie per Marini. Quando è arrivata la proposta di andare a Roma l'ho accettata volentieri perché non ero molto entusiasta dell'esperienza regionale, anche se ho creato molti rapporti personali.

All'Inas sono rimasto benissimo per otto anni. Quando sono arrivato, in sede avevamo un colonnello e un esercito di finanzieri che controllavano i nostri registi. Ho costruito e gestito diverse sedi attraverso l'Inas. Quando la Cisl nelle province non aveva i soldi glieli anticipavo io. La sede della Cisl di Bologna è stata possibile grazie alle risorse del patronato. Sono venuti da me e mi hanno detto: “Abbiamo una bella soluzione ma non abbiamo i soldi”. Noi abbiamo anticipato dieci anni della nostra quota di affitto e con quei soldi hanno acquistato la sede. Dappertutto dove c'era bisogno io intervenivo, avevo i soldi e li davo a chi ne aveva bisogno. Durante il mio periodo abbiamo iniziato ad attivare il sistema della delega.

Marini poi mi ha detto che dovevo andare ai pensionati nazionali. Sono andato in pensione e sono passato ai pensionati dove, con un'operazione preparata per tempo, sfruttando l'esperienza dell'Inas e l'impegno verso la Fnp, siamo passati da novecentomila a oltre due milioni di iscritti. Ho risolto un sacco di problemi, da poveretti siamo diventati ricchi. Ai pensionati ho inventato la categoria perché prima era un’associazione di beneficenza, faceva gite e poco altro. Tre i presupposti necessari per fare sindacato: uno, l'organizzazione; due, la controparte; tre, la capacità di rivendicare e quindi di essere interprete delle esigenze di chi rappresenti. Ci siamo inventati come controparte i Comuni. Volevo che Luigia Alberti si impegnasse nei pensionati a Milano perché non ero contento della situazione milanese, ma non era convinta ed è venuta da me a dirmi che la cosa non la interessava. Allora le ho chiesto di venire a sentire la mia relazione ad un congresso territoriale e lei è venuta e si è convinta, perché ha capito che si poteva fare sindacato davvero anche con i pensionati.

Al Cnel sono stato presidente della Commissione lavoro, previdenza e assistenza sociale e successivamente sono stato sostituito da Cesare Regenzi.

 

Sono sempre stato favorevole all'incompatibilità, il gruppo del Nord e dell'industria era scatenato su questo, mentre gli altri erano freddi o contrari. Abbiamo fatto questa battaglia con qualche ambiguità perché con noi avevamo ad esempio Baldassarre Armato che un po’ era favorevole e un po’ no, era sempre a metà. Nell'esecutivo nazionale prima del congresso Storti ha fatto una proposta che ci ha superati tutti a sinistra, fissando le incompatibilità a tutti i livelli. In quell’esecutivo ci fu una discussione molto forte. Coerente come sempre, Coppo, senatore a Pinerolo, ha detto no ed è rimasto in Parlamento. Nelle discussioni che hanno preceduto la decisione nazionale ci sono state parecchie tensioni, inoltre in quel periodo Coppo aveva elaborato un progetto di riforma della Cisl che prevedeva un cambiamento sul modello dell'associazione industriali, trasformando i segretari generali in direttori, tutti dipendenti della sede confederale. Con uno scontro con noi segretari che assolutamente non volevamo la dirigenza.

 

C'è stato il periodo di grande fulgore di Mario Romani. In quel periodo si diceva tre volte Romani e una volta Cisl, si citava più Romani della Cisl. I segretari dell'alta Italia, molti dei quali deputati: Cavalleri di Venezia, Vincenzo Casati di Verona, Onorio Cengarle di Vicenza, Mario Toros di Udine, Gitti di Brescia, Colleoni di Bergamo, Ettore Calvi di Milano posero la questione: “In Cisl comanda Romani o comandiamo noi?”. Pastore lo venne a sapere e si arrabbiò moltissimo. Convocò una riunione in via Tadino a Milano e fece un comizio di fuoco dicendo che la politica non avrebbe mai potuto comandare la Cisl e la Cisl doveva avvalersi dei tecnici, ma mai avrebbero dovuto essere al di sopra dei dirigenti responsabili.

 

La Cisl aveva sì qualche aggancio col mondo cattolico ma non strutturato, non aveva legami forti con la politica seppure fossero quasi tutti democristiani. Come ha fatto da niente a diventare quel che poi è diventata con oltre quattro milioni di iscritti? Io ritengo che tutta la Cisl condivida un substrato di ideali che vincola, che avvicina, che unisce, un insieme che la Cgil non ha. Noi abbiamo un ceppo tutto nostro, costruito da noi, nel quale l'incompatibilità, l'autonomia sono elementi forti della cultura della Cisl. Il concetto di autonomia è così radicato nella Cisl che pur frequentando io ogni ambiente, accettando inviti a cena da tutti, non mi passava neppure per la testa che questo potesse mettere in discussione il mio grado di autonomia, che potesse in qualche modo compromettermi, nessuno mi poteva toccare. Anche sul versante dell'onestà. Il papà di Alberto Cavalli, che era presidente della provincia di Brescia, mi diceva: “Melino, ma com'è possibile che tu non sia stato invischiato in vicende tipo mani pulite, tu che avevi così tanto potere?”. E io avevo effettivamente potere, ma mia moglie quando a casa riceveva certi regali li mandava indietro.

Una volta a Rovigo una persona portò a mia moglie una bottiglia di cognac e io le dissi di mandarla indietro. Mi telefonò il negoziante dicendomi che era passata da lui una persona che non conosceva pagando la bottiglia di cognac e dicendo di portarla a Pillitteri, allora ho detto di mandarla in Cisl che l’avremmo bevuta lì. Non sapevo chi potesse essere. Poi l’ho saputo. Era venuta una donna da me con i figli a piangere per il marito disoccupato e io, con il Comune, ero riuscito a farlo assumere come spazzino e questi mi aveva mandato la bottiglia di cognac. Questo il concetto che avevamo noi di autonomia e l'autonomia faceva crescere. Sono sempre stato democristiano, e anche focoso, ma questo non ha mai condizionato le mie scelte sindacali.

 

Mi sono impegnato per l'unità sindacale a Brescia. L'unica Unione in Italia che ha detto sì all'unità con tutte le categorie, compresa la Federpubblici e la Fisba. Venne Marini a scontrarsi con me, dicendo: “Io sono contrario, ma so già che voterete come dice Melino”. Nelle altre province c'è sempre stata qualche categoria che ha votato contro. C'era a Brescia una Cgil guidata da una persona squisita, Giovanni Foppoli, che riconosceva che la supremazia in una prima fase sarebbe stata della Cisl. Non lo metteva nessuno in dubbio e quindi abbiamo vissuto l'unità positivamente. Incomprensibilmente, come si sia rotto tutto questo non l'ho mai capito fino in fondo.

Sono sempre stato schierato con la sinistra della Cisl, noi dicevamo che il pubblico impiego era il ventre molle dell'organizzazione. Erano grandi battaglie politiche a differenza di oggi. Lo scontro tra tesi uno e tesi due è stata un'occasione di crescita.

Quando si è capito che l'unità non si poteva più fare, un pezzo di Cisl è emersa pensando di giocare la partita della rottura. Scalia è passato dall'estrema sinistra all'altro versante. Nel periodo della sinistra Scalia a Brescia è stato quello che ha fatto il comizio più incendiario. In Piazza della Loggia, davanti a diecimila persone, ha detto che il direttore dell'Unione industriali Dino Solaini e il direttore del giornale di Brescia Vincenzo Cecchini facevano rima con cretini. Mi ha telefonato Cecchini urlando. Scalia è entrato in Cisl da laureato, è diventato presidente dell'Inam di Catania e da lì ha fatto tutta la carriera studiando da deputato.

La Dc di Flaminio Piccoli era parecchio tentennante sulla vicenda che si stava creando all'interno della Cisl con il rischio di rottura. Ho parlato con Mino Martinazzoli e, verificato che era contrario a una spaccatura, gli ho chiesto di intervenire. Ci siamo trovati nella vecchia farmacia del papà di Salvi io, Tarcisio Gitti figlio di Angelo, l'onorevole Padula, Martinazzoli, Salvi, Onofri e ho raccontato come stavano le cose. Allora Martinazzoli ha scritto una lettera a Piccoli nella quale diceva che doveva essere chiaro che se si spaccava la Cisl si spaccava anche la Dc perché loro non l'avrebbero mai accettata. Non so se è stata determinante, ma certo da quel momento la situazione è cambiata. Me lo ha raccontato Salvi, che era sempre nella segreteria di Moro e aveva un suo ufficio in Piazza del Gesù. Mi telefonava dicendomi che c'era Scalia che stava delle ore ad aspettare di essere ricevuto da Piccoli e Piccoli alla fine non lo riceveva più. Avuta questa notizia ho telefonato a Storti raccontandogli della lettera di Martinazzoli e dicendogli che Scalia se ne stava nell'anticamera di Piccoli. Se si fosse arrivati alla rottura a Brescia avevamo la Fisba che avrebbe aderito alla scissione e poco altro, perché credo che anche all'interno del pubblico impiego non molti li avrebbero seguiti. Il pericolo scissione c'è stato, l'autonomia e l'incompatibilità hanno portato a questo.

 

Purtroppo l'unità nazionale è arrivato dopo il fallimento dell'unità sindacale, perché se fosse arrivata prima molte cose sarebbero cambiate. Noi l'abbiamo vissuta in difesa, non dalla politica ma da noi stessi. Avevamo il terrorismo in casa. Io andavo a Treviglio a difendere il povero segretario Vincenzo Bombardieri che tremava come una foglia davanti agli estremisti della Fim. Ne avevamo parecchi. È venuto da me il presidente delle Acli, Beppe Anni, un cattolico, dicendomi che mi avrebbe portato dentro la Cisl il suo gruppo che era composto tutto di persone di estrema sinistra, extraparlamentari. Gli ho risposto che lui non avrebbe portato proprio niente perché non potevo accettare che in quel modo si appropriasse della Cisl e gli ho detto che se fosse successo io me ne sarei andato. Gli ho detto che in Cisl spazio per lui non ce n'era. Foppoli mi diceva: “Melino, dovevi prenderteli tu!”. Erano tutti cattolici di estrema sinistra. La moglie di Luigi Bazoli, fratello del banchiere, che è morta con la bomba di Piazza della Loggia, era una insegnante appartenente a quel gruppo.

 

L'arrivo dello Statuto dei lavoratori l'abbiamo in qualche modo subito e poi utilizzato. Era l'evoluzione dei tempi, in quei momenti c'era molta sensibilità e duttilità politica. Noi avevamo dirigenti di grande livello. Lo stesso Marini, con cui non sono mai stato in sintonia e l’ho spesso criticato perché avevamo mentalità molto diverse, è stato un buon dirigente. Non parliamo di Carniti. Storti era un animale politico tra i più grandi, più di Pastore. Pastore era un passionale, Storti era un'intelligenza politica notevole. Storti, quando ha capito che il gruppo di Macario e Carniti si indirizzava verso una certa linea ha fatto il congresso "Potere contro potere" con una relazione scritta da De Panfilis che ci ha spiazzato, è andato al di là delle nostre posizioni. Una seconda volta ci ha scavalcati come aveva già fatto sul tema dell'autonomia, quando ha sostenuto che nella difesa dei lavoratori dovevamo andare al di là della fabbrica, difendere i lavoratori in quanto cittadini e quindi porre il problema delle pensioni e delle altre riforme.

Bisogna scontrarsi, confrontarsi dentro l'organizzazione, avere due tesi vuol dire creatività, vuol dire impegno. Noi ci impegnammo su tesi uno e tesi due in una maniera notevolissima. Io ho sempre votato contro Storti, in esecutivo nazionale eravamo cinque o sei ed io ero segretario di unione non di categoria, per loro era più facile, mentre nelle unioni c'erano categorie che avevano posizioni diverse. Questo atteggiamento è stato utilizzato anche in occasione dello Statuto dei lavoratori. La Cisl era contro la legge, ma intelligentemente ha gestito il passaggio al nuovo strumento.

 

E difficile dire quanto le idee e la cultura della Cisl abbiano inciso nella trasformazione del Paese, io penso di sì, ma molto è dipeso dagli uomini. In certe fasi storiche gli uomini della Cisl, portando avanti il pensiero della Cisl, hanno inciso notevolmente. Gli uomini. Il pensiero della Cisl in sé, direi non fortemente, ma gli uomini della Cisl, forti di quel pensiero, sono riusciti a incidere, a contare, a realizzare e a ottenere. Ho questa convinzione. Non posso dire che nello sviluppo della democrazia italiana il pensiero della Cisl sia stato uno degli elementi determinanti, ritengo però che gli uomini dell'organizzazione, interpreti autorevoli di questo pensiero, con grande sensibilità politica, abbiamo inciso. In un rapporto tra un vertice democristiano e un vertice cislino non era il pensiero della Cisl, era la capacità di chi rappresentava la Cisl di portare avanti il pensiero della Cisl a influire su quella realtà. Io ho fatto così.

 

L'esperienza sindacale è la mia vita, tutto. Non ho un rimpianto, ho fatto fare qualche sacrificio alla mia famiglia ma sopportabilissimi. Ho sempre vissuto solo del mio stipendio. Mia moglie si è adattata alla nostra vita, non ha mai chiesto niente. Non ho mai portato la famiglia a Roma. A un certo momento ero presidente dell'Inam, Coppo ha stabilito che i presidenti avrebbero avuto 25mila lire, allora lo stipendio era di 67mila lire al mese. In quel periodo sono diventato ricco. Un altro momento in cui ho potuto mettere da parte qualcosa, comprarmi la casa al mare, è stato quando da pensionato, a sessant'anni, ho continuato a lavorare. Queste sono state le occasioni in cui ho avuto dei vantaggi personali. Io ho vissuto bene, sono sempre stato contento.